Come aiutare una persona con DCA
- Drudi F
- 30 mag
- Tempo di lettura: 3 min
Come aiutare una persona con disturbi alimentari: quello che funziona, quello che peggiora le cose e come prendersi cura anche di sé
Guardi tua figlia che non mangia e non sai cosa fare. Vedi tua sorella controllare ossessivamente ogni boccone e non sai come parlarle. Sospetti che il tuo partner abbia un problema con il cibo ma ha già alzato un muro. Non sei sol* in questa situazione, esistono cose concrete che puoi fare, e cose che è meglio evitare.

Perché è così difficile aiutare
I disturbi alimentari sono tra le condizioni psicologiche in cui il gap tra l'intenzione di aiutare e l'effetto reale dell'aiuto è più grande. Chi soffre di anoressia, bulimia o binge eating spesso non si percepisce malato, o si percepisce malato ma non vuole che il disturbo venga meno, perché svolge funzioni psicologiche importanti.
Questo rende il ruolo del familiare o dell'amico straordinariamente difficile, si vuole aiutare, ma ogni approccio diretto sembra respinto, ogni parola sbagliata produce l'effetto opposto, e nel tempo si accumulano frustrazione, paura, senso di impotenza.
Cosa NON dire — le frasi che sembrano d'aiuto ma non lo sono
Queste frasi, dette con le migliori intenzioni, quasi sempre non funzionano e a volte peggiorano la situazione:
"Devi solo mangiare" — minimizza la complessità del disturbo e aumenta la vergogna
"Guarda come sei diventat*" — attiva la vergogna corporea che spesso è già al centro del problema
"Lo fai per attirare attenzione" — invalidante e clinicamente errato
"Sei così brav* in tutto, non capisco" — il disturbo non dipende dal rendimento esterno
"Se vuoi guarire puoi farlo" — implica che il problema sia mancanza di volontà
"Ho fatto una ricerca online e..." — raramente ricevuto bene, spesso vissuto come invasivo
Commenti sul peso o sull'aspetto, anche positivi — destabilizzano perché il corpo è già zona di guerra

Cosa funziona invece
Essere presenti senza fare pressione: la connessione relazionale è terapeutica in sé, non parlare solo del cibo, continuare a fare cose insieme
Esprimere preoccupazione in prima persona: "Sono preoccupata per come stai, non per come mangi" è diverso da "devi smettere di fare così"
Non commentare il cibo né il corpo, mai, in nessuna direzione
Informarsi in modo professionale, non attraverso i social o i forum
Proporre supporto professionale senza ultimatum: "Sarei felice di aiutarti a trovare qualcuno con cui parlare, se ti va"
Essere coerente nel tempo: la fiducia si costruisce con la presenza costante, non con i grandi gesti
Il ruolo della famiglia nel percorso di cura
La ricerca sui disturbi alimentari è chiara, il coinvolgimento della famiglia nel percorso di guarigione, quando avviene in modo guidato, migliora significativamente gli esiti, soprattutto nei casi di esordio precoce. Non si tratta di responsabilizzare i genitori per il disturbo, ma di riconoscere che il sistema familiare è parte dell'ambiente in cui il disturbo si mantiene o si trasforma.
In molti percorsi di cura è previsto un lavoro anche con i familiari, non per "imparare a gestire il malato" ma per capire dinamiche, modificare risposte automatiche e prendersi cura del proprio vissuto.
Prendersi cura di sé mentre si cura qualcuno
Stare vicino a qualcuno con un disturbo alimentare è estenuante. L'ansia, il senso di responsabilità, la paura, la frustrazione, tutto questo va riconosciuto e non tenuto dentro. Anche il familiare ha bisogno di supporto, non solo il paziente. Gruppi di supporto per familiari di persone con DCA, e percorsi psicologici individuali, possono fare una differenza enorme sulla capacità di sostenere l'altro senza esaurirsi.
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