Mindfulness per iniziare
- Drudi F
- 5 giu
- Tempo di lettura: 3 min
Mindfulness: cos'è davvero (e cosa non è). Una breve guida per chi vuole iniziare
La parola mindfulness è ovunque. Sulle app, nei corsi aziendali, nelle riviste di benessere, nei consigli degli amici. Tanta presenza ha prodotto un effetto collaterale: non è più chiaro cosa significhi davvero. Questo articolo prova a restituirle precisione — perché la mindfulness funziona, ma non nel modo vago in cui spesso viene presentata.

La definizione che non semplifica troppo
Mindfulness è la traduzione inglese del termine pali sati, che significa consapevolezza, attenzione, presenza. La definizione operativa più usata in ambito clinico è quella di Jon Kabat-Zinn, che l'ha introdotta in medicina negli anni '70, prestare attenzione, in modo intenzionale, al momento presente, senza giudizio.
Tre elementi, tutti indispensabili:
Intenzionale: non è qualcosa che capita, è qualcosa che si sceglie attivamente di fare
Momento presente: non il passato che si rimugina né il futuro che si anticipa, adesso
Senza giudizio: osservare ciò che c'è senza classificarlo immediatamente come buono o cattivo, giusto o sbagliato
La difficoltà sta proprio nell'ultimo punto, il più controintuitivo per una mente allenata a valutare tutto.
Cosa NON è la mindfulness
Esistono equivoci diffusi che vale la pena smontare prima di iniziare:
Non è svuotare la mente. I pensieri continuano ad arrivare durante la mindfulness, l'obiettivo non è bloccarli ma osservarli senza esserne trascinati
Non è rilassamento. A volte durante la pratica emergono emozioni difficili, tensioni, disagio. Il rilassamento può essere un effetto collaterale, non lo scopo
Non è una pratica spirituale o religiosa. Ha radici nel buddismo ma nella versione clinica è stata validata scientificamente
Non è facile. È una competenza che si sviluppa con la pratica, come andare in bicicletta, non come leggere un libro
Non è per chi ha già la mente tranquilla. È esattamente per chi ha la mente agitata, ed è più difficile all'inizio proprio per chi ne ha più bisogno

Cosa dice la neuroscienza sulla mindfulness
La ricerca neuroscientifica sulla mindfulness è una delle più prolifiche degli ultimi vent'anni. I risultati più consolidati mostrano che una pratica regolare produce cambiamenti strutturali e funzionali nel cervello:
Riduzione dell'attività dell'amigdala, il centro dell'allarme emotivo, in risposta agli stressors
Aumento dello spessore della corteccia prefrontale, associata alla regolazione emotiva e alla capacità decisionale
Riduzione dell'attività del default mode network, quella rete che produce il rimuginio e il pensiero autoriferito
Abbassamento dei livelli di cortisolo, il principale ormone dello stress
Questi non sono effetti soggettivi. Sono misurazioni oggettive su persone che hanno praticato la mindfulness per un periodo di 8 settimane, la durata standard del protocollo MBSR (Mindfulness-Based Stress Reduction).
Come si inizia concretamente
Non serve un'app, un cuscino da meditazione né un corso. Serve un posto tranquillo e cinque minuti.
L'esercizio base è la meditazione sul respiro:
Siediti in modo comodo, con la schiena abbastanza eretta da non addormentarti
Porta l'attenzione al respiro, non controllarlo, solo osservarlo
Nota dove senti il respiro più chiaramente: le narici, il petto, il ventre
Quando la mente va altrove, e andrà altrove, garantito, riportala gentilmente al respiro
Senza frustrazione, il notare che la mente è andata altrove e il riportarla è esattamente la pratica
Cinque minuti al giorno, con costanza, per due settimane. Poi si valuta.
Quando ha senso farlo con una guida professionale
La mindfulness autonoma, tramite app o libri, funziona bene per chi vuole esplorare e non ha difficoltà cliniche significative. Quando l'ansia, lo stress o il disagio emotivo sono strutturati, inserire la mindfulness all'interno di un percorso psicologico permette di adattarla alle esigenze specifiche della persona, integrare ciò che emerge e usarla come strumento in un contesto più ampio.
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