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Social media e disturbi alimentari

  • Immagine del redattore: Drudi F
    Drudi F
  • 29 mag
  • Tempo di lettura: 3 min

Social media e disturbi alimentari: cosa dice la ricerca (e cosa possiamo fare)

Scorrere il feed per dieci minuti e sentirsi improvvisamente inadeguati. Non è una coincidenza. Non è fragilità. È il risultato di un sistema progettato per produrre esattamente quella sensazione, e poi venderti qualcosa per risolverla.


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I dati che non si possono ignorare

I disturbi del comportamento alimentare sono in aumento significativo tra gli adolescenti e i giovani adulti dalla diffusione dei social media. La pandemia ha accelerato ulteriormente questo processo, con un aumento stimato del 30-35% dei casi tra il 2020 e il 2023. Non è possibile stabilire una causalità diretta e univoca, i disturbi alimentari hanno origini multifattoriali, ma il ruolo dei social media come fattore amplificante è ormai documentato da una letteratura scientifica consistente.

Uno studio del 2021, basato su documenti interni di Meta, ha rivelato che l'azienda era consapevole che Instagram peggiorava l'immagine corporea in una percentuale significativa di adolescenti, in particolare ragazze.


I meccanismi psicologici in gioco

I social media agiscono sull'immagine corporea e sull'alimentazione attraverso meccanismi precisi:

  • Confronto sociale verso l'alto: gli algoritmi privilegiano i corpi più magri, più tonici, più "aspirazionali", creando un ambiente in cui il corpo medio scompare e il corpo ideale è permanentemente presente

  • Normalizzazione del controllo alimentare: i contenuti di "clean eating", "what I eat in a day" e fitness costruiscono un'estetica del controllo alimentare come stile di vita desiderabile

  • Filtri e distorsione della realtà: i filtri modificano la forma del viso e del corpo in tempo reale, rendendo sempre più difficile distinguere corpi reali da corpi digitalmente alterati

  • Cicli di validazione: i like come misura del valore del corpo, dell'aspetto, del pasto creano dipendenza da approvazione esterna per definire il senso di sé.

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Chi è più vulnerabile

Non tutti reagiscono allo stesso modo ai social media. La vulnerabilità è maggiore in chi ha già una bassa autostima, in chi ha una storia familiare di disturbi alimentari, in chi è in fase di sviluppo adolescenziale, quando l'identità è ancora in costruzione e il confronto sociale è massimamente attivo, e in chi usa i social media come principale fonte di connessione sociale.


Il paradosso della recovery online

Negli ultimi anni sono emersi su TikTok e Instagram numerosi account di persone in recovery da disturbi alimentari. Questo ha creato un paradosso, da un lato questi contenuti normalizzano la richiesta di aiuto e riducono lo stigma. Dall'altro, alcune rappresentazioni visive del disturbo, anche involontariamente, possono funzionare da trigger o da modello per chi è in una fase vulnerabile.

Non è colpa di chi condivide. È una complessità del sistema che vale la pena conoscere.


Cosa si può fare concretamente

A livello individuale:

  • Audit periodico del feed: seguire account che amplificano il disagio è una scelta che si può modificare

  • Diversificare la dieta visiva: cercare attivamente corpi diversi, reali, non filtrati

  • Limitare il tempo di esposizione nei momenti di vulnerabilità emotiva

  • Sviluppare una lettura critica dei contenuti, chiedersi chi li produce, con quale obiettivo, con quale corpo.

A livello psicologico, quando il danno è già strutturato, il lavoro sull'immagine corporea e sull'autostima richiede un percorso dedicato.


Senti che i social media stanno influenzando negativamente il tuo rapporto con il corpo o con il cibo?

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